Roman Polanski e il suo cinema cul(t) de sac

RomanPolansky

Torna in sala Roman Polanski, cantore dell’inquietudine e del grottesco del nostro secolo. Uno dei rari cineasti che può vantare un aggettivo, polanskiano, cinematograficamente denso di significato. Breve viaggio attraverso il suo cinema con tappa finale, naturalmente, su “Venere”… “L’amore normale non è interessante. Vi assicuro che è incredibilmente noioso.” Basterebbe semplicemente questa frase estrapolata da un’intervista per possedere già un’importante chiave d’accesso alla filmografia di Roman Polanski. O almeno “una” di quelle appartenenti a un più fitto mazzo, lo stesso in cui vanno a confluire cultura europea ed americana del regista, ossessioni personali, le sue esperienze traumatiche e, naturalmente, una insaziabile passione per l’arte della narrazione cinematografica, vissuta in equilibrata sospensione fra Bunuel, Hitchcock e i fantasmi di Kafka. Quello di Polanski è quindi un cinema che si compiace di rinunciare a soluzioni concilianti e che esaurisce (e contemporaneamente “alimenta”) il suo significato nella messa in scena dei “vicoli ciechi”, decisamente più interessanti (da filmare) rispetto alle “scappatoie”. Per questo soffoca, opprime e intrappola gli spettatori lasciandoli, ad ogni suo film, ardentemente pieni di domande piuttosto che passivamente paghi di risposte. Un “cul de sac”, il suo, che dura da oltre cinquant’anni e una filmografia da amare in toto, non fosse altro perché reca, impresse a fuoco, molteplici stimmate di dolore autentico e biografico; dalla deportazione nei campi di concentramento al brutale assassinio della moglie per opera di Manson, dal processo per stupro (vicenda che perfino la vittima ha giudicato chiusa ormai da anni) fino ai recenti arresti domiciliari. E, come conseguenza di questo tormentato vissuto, anche i suoi film sono di quelli che non fanno sconti a nessuno, men che mai a se stesso (e se qualcuno pensa di intravedere ne “La morte e la fanciulla” un claustrofobico j’accuse alla sua persona è il benvenuto). Polanski inscena meccaniche relazionali tanto elementari quanto inesorabili avendo cura però di utilizzare, quale indispensabile detonatore di coppia, la donna. Venere per l’appunto. E non gli importa troppo che questa sia abbigliata in un impermeabile di latex nero (Luna di fiele) o negli abiti ottocenteschi di Sacher-Masoch come in quest’ultimo Venere in pelliccia. Conta piuttosto che sia sempre lei a brandire il frustino, quand’anche sia quello invisibile schioccato nel mezzo di una finzione teatrale, durante la quale i due sessi si scontrano, si seducono e si sovrappongono finché nessuno sa più chi sia veramente. Nel plateale crescendo polanskiano la donna diviene così divinità quasi “virile”, mentre l’uomo viene ridotto a una “massa di gelatina tremante in abiti femminili” (come il re Penteo nelle “Baccanti”). Entrambi coniugazioni di un sentimento sublime e perverso a un tempo, di quell’amore che rifugge l’ordinarietà e che al cineasta polacco non interessa raccontare, perché non gli consentirebbe affatto di dire ciò che veramente pensa degli esseri umani.

Articolo tratto da www.cineblog.it

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