Monuments Men: la recensione del film di George Clooney

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Ecco la storia di come un gruppo di appassionati d’Arte, per conto degli Stati Uniti d’America, riuscì a recuperare buona parte del patrimonio artistico sottratto dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Monuments Men segna il ritorno alla regia di George Clooney, che firma anche la sceneggiatura. Tratto da una storia vera. È la prima cosa che si legge non appena le luci si spengono e lo schermo è ancora nero. Vera ed anche per questo ancora più accattivante. Nella Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti inviarono infatti un gruppo di studiosi, professori ed esperti d’arte in Europa. Missione? Preservare il patrimonio artistico sparso per il Vecchio Continente mentre imperversano bombardamenti da ogni parte. Un soggetto niente male, che però si presta inevitabilmente a discorsi dall’appeal meno incisivo. Deriva alla quale George Clooney scientemente approda, lasciando naufragare cotanta premessa in quella scogliera costellata di incensamenti e trionfalismi tipici di un certo cinema specifico. D’altronde Clooney è uno di quelli che predilige il taglio classico: un tradizionalista oseremmo dire. E non che questo sia di per sé un male. I nodi spuntano nel momento in cui ci si concede alla visione ed allora hai il sentore che qualcuno te la stia facendo sotto gli occhi: credi di stare assistendo all’ennesima impresa tutta stelle e strisce quando in realtà c’è dell’altro, c’è di più. È il tripudio delle stelle e delle strisce! La vecchia/nuova frontiera dell’autoesaltazione come solo dall’altra parte dell’oceano la sanno costruire. Eppure, ci ripetiamo tra noi e noi, nulla di così limitante qualora lo spettacolo fosse quantomeno godibile ancor prima che denso di spunti. Perché Monuments Men si pone l’obiettivo di intrattenere sopra ogni altra cosa, rivolgendosi dunque ad un pubblico che sa di poter coccolare senza troppi fronzoli.  Il tormentone relativo alla pessima pronuncia francese di Matt Damon resta senz’altro la cosa più riuscita, così come altre divertenti uscite nelle quali si avvicendano un po’ tutti, da Murray a Goodman, passando per Balaban. Sprazzi per lo più, che però non fanno mai registrare alcuna impennata. Perché il film scorre fino alla fine, lasciandoti nella migliore delle ipotesi indifferente. In maniera inspiegabile, o se non altro poco giustificabile, perché a Monuments Men non mancava nulla in premessa per potere quantomeno funzionare. Ed invece non funziona, dalla prima all’ultima inquadratura.

Articolo tratto da www.cineblog.it

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