Mario Bava: 100 anni di genio del brivido in 10 film del maestro italiano

MarioBava

“Sono sicuro di aver fatto solo grandi stronzate. Sono un artigiano. Un artigiano romantico, di quelli scomparsi. Ho fatto il cinema come si fanno le seggiole.”

Belle ‘seggiole’ però … di un abile artigiano capace di forgiare il terrore che si nutre di desiderio, il piacere che si fonde con l’orrore, rendendo sublimi baci necrofili e intuizioni figurative, sensuali le relazioni con la luce e l’uso espressionistico del colore, conturbanti i doppi malvagi che ricorrono se stessi.

La preziosa eredità di Mario Bava, del pioniere italiano del brivido, visionario esploratore di sentieri e generi, maestro indiscusso del cinema horror italiano, che a100 anni dalla nascita, la XXXIV edizione del FANTAFESTIVAL (Mostra Internazionale del Film di Fantascienza e del Fantastico – dal 14 luglio al 7 settembre 2014) omaggia con l’istituzione del premio “Mario Bava” per la Migliore Opera Prima italiana, e noi con 100 anni di puro genio condensati in 10 film per un viaggio che rende bella anche la paura.

Articolo tratto da www.cineblog.it

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Gigolò per caso: le recensioni dagli Usa e dall’Italia

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Non ho ancora visto Gigolò per caso, la commedia diretta da John Turturro e che vede nel cast John Turturro, Woody Allen, Sharon Stone, Sofía Vergara, Vanessa Paradis, Liev Schreiber, Bob Balaban, M’Barka Ben Taleb, Tonya Pinkins, Max Casella, Michael Badalucco, Aubrey Joseph, Jill Scott e Aida Turturro. Dopo aver letto la nostra recensione, ora tocca ai commenti dei critici Americani e Italiani. Su Rotten, mentre scrivo, la percentuale dei voti positivi è del 58%. Non propriamente un botto. Voi l’avete visto? Vi è piaciuto? Ne riportiamo una: Alessandra Levantesi Kezich – La Stampa: Azzardata l’idea alla base del nuovo film sceneggiato e diretto (quinta regia) dall’attore John Turturro: chissà come gli è venuto in mente di impersonare – lui che di certo non possiede il fascino felpato del memorabile American Gigolo Richard Gere – una figura di amante prezzolato? Sia pur Gigolo per caso, sia pur Fading (sfiorito) Gigolo come sottolinea il titolo originale? E non finisce qui. Pensare a Woody Allen per un ruolo di pappone è di per sé lunare, ma ancor più lunare è che il grande cineasta, notoriamente restio a recitare in pellicole altrui, abbia accettato la proposta, arrivata a quanto si dice su mediazione di un barbiere in comune. In ogni modo, considerato il risultato, Woody ha fatto bene a concedere fiducia al collega: il personaggio che si è costruito addosso, collaborando senza firmarlo al copione, è uno dei suoi migliori; e forma coppia ben assortita con lo schivo protagonista che Turturro, in omaggio alle sue origini, ha ritagliato nel registro di un’italianità accattivante e mai banale (…) Gigolo per caso è una deliziosa piccola commedia, impregnata di garbato umorismo e soffusa di gentilezza d’animo.

Articolo tratto da www.cineblog.it

Monuments Men: la recensione del film di George Clooney

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Ecco la storia di come un gruppo di appassionati d’Arte, per conto degli Stati Uniti d’America, riuscì a recuperare buona parte del patrimonio artistico sottratto dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Monuments Men segna il ritorno alla regia di George Clooney, che firma anche la sceneggiatura. Tratto da una storia vera. È la prima cosa che si legge non appena le luci si spengono e lo schermo è ancora nero. Vera ed anche per questo ancora più accattivante. Nella Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti inviarono infatti un gruppo di studiosi, professori ed esperti d’arte in Europa. Missione? Preservare il patrimonio artistico sparso per il Vecchio Continente mentre imperversano bombardamenti da ogni parte. Un soggetto niente male, che però si presta inevitabilmente a discorsi dall’appeal meno incisivo. Deriva alla quale George Clooney scientemente approda, lasciando naufragare cotanta premessa in quella scogliera costellata di incensamenti e trionfalismi tipici di un certo cinema specifico. D’altronde Clooney è uno di quelli che predilige il taglio classico: un tradizionalista oseremmo dire. E non che questo sia di per sé un male. I nodi spuntano nel momento in cui ci si concede alla visione ed allora hai il sentore che qualcuno te la stia facendo sotto gli occhi: credi di stare assistendo all’ennesima impresa tutta stelle e strisce quando in realtà c’è dell’altro, c’è di più. È il tripudio delle stelle e delle strisce! La vecchia/nuova frontiera dell’autoesaltazione come solo dall’altra parte dell’oceano la sanno costruire. Eppure, ci ripetiamo tra noi e noi, nulla di così limitante qualora lo spettacolo fosse quantomeno godibile ancor prima che denso di spunti. Perché Monuments Men si pone l’obiettivo di intrattenere sopra ogni altra cosa, rivolgendosi dunque ad un pubblico che sa di poter coccolare senza troppi fronzoli.  Il tormentone relativo alla pessima pronuncia francese di Matt Damon resta senz’altro la cosa più riuscita, così come altre divertenti uscite nelle quali si avvicendano un po’ tutti, da Murray a Goodman, passando per Balaban. Sprazzi per lo più, che però non fanno mai registrare alcuna impennata. Perché il film scorre fino alla fine, lasciandoti nella migliore delle ipotesi indifferente. In maniera inspiegabile, o se non altro poco giustificabile, perché a Monuments Men non mancava nulla in premessa per potere quantomeno funzionare. Ed invece non funziona, dalla prima all’ultima inquadratura.

Articolo tratto da www.cineblog.it

Roman Polanski e il suo cinema cul(t) de sac

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Torna in sala Roman Polanski, cantore dell’inquietudine e del grottesco del nostro secolo. Uno dei rari cineasti che può vantare un aggettivo, polanskiano, cinematograficamente denso di significato. Breve viaggio attraverso il suo cinema con tappa finale, naturalmente, su “Venere”… “L’amore normale non è interessante. Vi assicuro che è incredibilmente noioso.” Basterebbe semplicemente questa frase estrapolata da un’intervista per possedere già un’importante chiave d’accesso alla filmografia di Roman Polanski. O almeno “una” di quelle appartenenti a un più fitto mazzo, lo stesso in cui vanno a confluire cultura europea ed americana del regista, ossessioni personali, le sue esperienze traumatiche e, naturalmente, una insaziabile passione per l’arte della narrazione cinematografica, vissuta in equilibrata sospensione fra Bunuel, Hitchcock e i fantasmi di Kafka. Quello di Polanski è quindi un cinema che si compiace di rinunciare a soluzioni concilianti e che esaurisce (e contemporaneamente “alimenta”) il suo significato nella messa in scena dei “vicoli ciechi”, decisamente più interessanti (da filmare) rispetto alle “scappatoie”. Per questo soffoca, opprime e intrappola gli spettatori lasciandoli, ad ogni suo film, ardentemente pieni di domande piuttosto che passivamente paghi di risposte. Un “cul de sac”, il suo, che dura da oltre cinquant’anni e una filmografia da amare in toto, non fosse altro perché reca, impresse a fuoco, molteplici stimmate di dolore autentico e biografico; dalla deportazione nei campi di concentramento al brutale assassinio della moglie per opera di Manson, dal processo per stupro (vicenda che perfino la vittima ha giudicato chiusa ormai da anni) fino ai recenti arresti domiciliari. E, come conseguenza di questo tormentato vissuto, anche i suoi film sono di quelli che non fanno sconti a nessuno, men che mai a se stesso (e se qualcuno pensa di intravedere ne “La morte e la fanciulla” un claustrofobico j’accuse alla sua persona è il benvenuto). Polanski inscena meccaniche relazionali tanto elementari quanto inesorabili avendo cura però di utilizzare, quale indispensabile detonatore di coppia, la donna. Venere per l’appunto. E non gli importa troppo che questa sia abbigliata in un impermeabile di latex nero (Luna di fiele) o negli abiti ottocenteschi di Sacher-Masoch come in quest’ultimo Venere in pelliccia. Conta piuttosto che sia sempre lei a brandire il frustino, quand’anche sia quello invisibile schioccato nel mezzo di una finzione teatrale, durante la quale i due sessi si scontrano, si seducono e si sovrappongono finché nessuno sa più chi sia veramente. Nel plateale crescendo polanskiano la donna diviene così divinità quasi “virile”, mentre l’uomo viene ridotto a una “massa di gelatina tremante in abiti femminili” (come il re Penteo nelle “Baccanti”). Entrambi coniugazioni di un sentimento sublime e perverso a un tempo, di quell’amore che rifugge l’ordinarietà e che al cineasta polacco non interessa raccontare, perché non gli consentirebbe affatto di dire ciò che veramente pensa degli esseri umani.

Articolo tratto da www.cineblog.it